Danilo Di Luca: “Avrei vinto molto di più senza doparmi. Oggi il ciclismo in Italia è tra gli ultimi sport”
Danilo Di Luca e il doping, un legame che ha segnato la carriera di questo corridore come quasi nessun altro. Veniva soprannominato il Killer di Spoltore e agli inizi degli anni 2000 è stato il grande protagonista del ciclismo italiano, prima con i trionfi, dal Trittico delle Ardenne al Giro d’Italia, e poi con il doping. Tre squalifiche nell’arco di sei anni, dal 2007 al 2013, la prima per la frequentazione con il dottor Carlo Santuccione, le altre due per uso di Epo. Vista la recidiva, nel dicembre 2013 il Tribunale Nazionale Antidoping emette la squalifica a vita. Un marchio per sempre, che ha condizionato la vita di Di Luca, che ora vive a Pescara, dove ha un negozio di bici da corsa per cicloamatori.
In una lunga intervista ad AS, Di Luca ha espresso un concetto apparentemente paradossale “Senza doping avrei vinto molto di più”, spiegandolo poi nel dettaglio: “Senza doping, il campione brilla ancora di più, se possibile. Con il doping, invece, tutto si appiattisce, è perfino più equilibrato. Senza doping, la differenza tra un fuoriclasse e un atleta normale è molto più marcata”.
Con il senno di poi il doping quindi è stato un grande danno alla sua carriera: “Se fai un confronto con gli altri corridori, che sono passati come puliti, e io, squalificato a vita, hai la risposta”. Una squalifica a vita che continua a pesare molto a Di Luca: “Le critiche feroci? Chi le fa è stupido. Non ne capiscono nulla. Non li ascolto, soprattutto se vengono da fuori. Mi interessano la mia famiglia e i miei amici. Questa è la mia forza. Lo era anche quando andavo in bici. L’unica cosa è che, dopo tredici anni non capisco questa storia della squalifica a vita. Nella vita tutti commettiamo errori. Poi basta. Non ho ucciso nessuno. Lavoro, ho una famiglia. Il resto è sproporzionato. Sono una brava persona”.
L’addio ad ogni palcoscenico del ciclismo, non gli ha però impedito di continuare a lavorare in questo settore, visto il suo impegno come produttore di bici: “Costruisco biciclette da corsa di alta gamma (16.000 euro). Sto cercando di mettere a frutto in questo settore la mia esperienza di ciclista. Mi sto specializzando nei tandem (in acciaio e carbonio), che ora vanno molto di moda. Si tratta di un mercato prevalentemente estero. La mia attività sta crescendo ed è un lavoro che adoro”.
Tra gli altri temi trattati, Di Luca ha parlato anche del momento difficile che sta vivendo il ciclismo italiano: “C’è ben poco da fare, è vero. È cambiato tutto. Manca la competitività, e questo è un problema di fondo. L’Italia, ad esempio, sta peggio della Spagna. Non abbiamo nemmeno una squadra dell’UCI World Tour, tanto per fare un esempio. Tutto parte dal vivaio, dalla Federazione. Il contesto oggi è questo: se un figlio dice a suo padre che vuole iniziare ad andare in bici, lui gli dice di no. Punto. È pericoloso. Ci sono molti meno tifosi, meno informazione, meno di tutto… Come il calcio italiano, adesso”.
Un analisi che viene poi ulteriormente approfondita, con delle riflessioni importanti: “In Italia, oggi, abbiamo Lorenzo Finn e Giulio Pellizzari. Nessuno dei due è il Seixas della situazione, che così giovane fa già la differenza. In Spagna o in Italia mancano le basi, la struttura. Abbiamo liquidato tutto da quando è iniziato il ciclismo, che all’inizio era italiano, francese, belga e, poi, spagnolo. Oggi è solo belga. Sono stato al Giro delle Fiandre, ed è sempre lo stesso. Il pubblico, il tifo, l’aura, non è cambiato nulla. Qui, tutto. Non c’è più voglia di nulla. L’empatia è residuale, e tutto si autoalimenta. In Italia, oggi, si gioca a tennis per Sinner. Il ciclismo e il calcio sono gli ultimi sport di una lunga lista. Allora, come ben sai, erano i primi. Dipende da molti fattori, a cominciare dalla politica”.
| Crea la tua Fantasquadra per il Tour de France 2026: montepremi minimo di 8.500€! |
| Ascolta SpazioTalk! |
Ci trovi anche sulle migliori piattaforme di streaming ![]() ![]() |





